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Tantricamente
Una porta di legno socchiusa in un corridoio in penombra: una lama di luce attraversa il pavimento di pietra

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Filosofia

Meditazione tantrica, dove mettere l'attenzione

di Luca Masrè Passaro9 minuti13 ottobre 2026

Forse ti hanno presentato la «meditazione tantrica» come una cosa sola: stare attento, qui e ora. Ti racconto da dove viene questa idea, e che cosa le manca. Pratiche come gustare il cibo o rivedere una persona cara, secondo il sanscritista Christopher Wallis, compaiono in una manciata di fonti su centinaia. E nel Kashmir dell'anno Mille la consapevolezza costante stava in alto in una scala di mezzi, non al primo gradino. Ti mostro i versi, le parole che usano e la strada che hanno fatto per arrivare fino a te.

Una dea che ha ancora dubbi

Il testo da cui partire è il Vijñāna Bhairava Tantra: ne esistono più di una dozzina di traduzioni, conta Wallis. Viene dalla corrente Trika, in Kashmir, e lui lo colloca verso la metà del nono secolo, attorno all'850. Su questo sito lo trovi datato con più prudenza all'ottavo o nono secolo: una data sicura non c'è.

Comincia con una scena che vale la pena conoscere. La Dea ha ascoltato tutto l'insegnamento del Trika, e lo dice. Ma i suoi dubbi non si sono sciolti. Allora chiede a Bhairava qual è, davvero, la natura della realtà.

Bhairava risponde in parte spiegando, e soprattutto con un elenco: circa centododici dhāraṇā, brevi istruzioni su dove posare la mente. È qui che entra in scena l'attenzione.

Vijñāna Bhairava, vv. 1-2, nella traduzione inglese di C. Wallis, «Vijñāna-bhairava-tantra: introduction and first two verses», 2022, dove propone anche la data · la datazione più prudente è quella della pagina del sito sul Vijñāna Bhairava.

Dove ti chiede di guardare

Leggi i versi nelle traduzioni fatte sul sanscrito e noti una cosa. La parola «attenzione» torna spesso, e i traduttori la usano per rendere espressioni diverse.

Prendi il verso 41, quello della musica. Il sanscrito dice ananya-cetāḥ. Jaideva Singh, Mark Dyczkowski e Bettina Bäumer lo rendono allo stesso modo: with undivided attention, con attenzione indivisa. Così si ascoltano i suoni prolungati degli strumenti a corde e degli altri. Alla fine del suono, traduce Singh, si viene assorbiti nello spazio della coscienza.

Il verso 24 riguarda il respiro. Nella traduzione di Singh la mente si fissa nei due punti in cui nascono l'espirazione e l'inspirazione. Bäumer, nella sua versione tedesca, aggiunge la parola: il respiro si fissa nei due punti d'origine mit Aufmerksamkeit, con attenzione.

Poi c'è un verso che sorprende, il 101. Nella traduzione di Singh parla dei momenti di desiderio, rabbia, avidità, infatuazione, arroganza e invidia. Secondo Singh, se in quei momenti riesci a rendere ferma la mente, resta solo la realtà che sta sotto quegli stati. L'attenzione non serve a evitare le emozioni forti. Si posa proprio lì.

Vijñāna Bhairava, vv. 24, 41 e 101, nelle traduzioni di J. Singh (Vijñānabhairava or Divine Consciousness, Motilal Banarsidass 1979), M. Dyczkowski e B. Bäumer, messe a confronto verso per verso da C. Wallis nella sua concordanza delle traduzioni, 2023.

Che cosa si guarda, quando si guarda

Il respiro, il suono, la rabbia sono un punto d'appoggio. Jaideva Singh lo spiega bene nelle note alla sua traduzione di Kṣemarāja, del 1963. Una delle pratiche consiste nel ritirare l'attenzione dai sensi mentre i sensi continuano a lavorare. E nel volgerla verso la realtà interiore, che lui chiama la sorgente e lo sfondo di ogni attività.

Singh riporta anche la definizione di un gesto, la mudrā di Bhairava. Te la rendo in italiano dal suo inglese: l'attenzione rivolta dentro, lo sguardo rivolto fuori, senza battere le palpebre. In questa lettura non conta fissare un oggetto. Conta dove torna l'attenzione.

Kṣemarāja e l'inizio e la fine

Qualche generazione dopo, quei versi sono già materiale di scuola. Kṣemarāja, allievo di Abhinavagupta, attivo attorno all'anno Mille, scrive il Pratyabhijñāhṛdaya: venti brevi sūtra, con il suo commento, che riassumono la dottrina del Riconoscimento.

Nel sūtra 18 elenca i mezzi per far emergere il «centro». L'ultimo ha un nome lungo: ādyanta-koṭi-nibhālana. Singh lo spiega così. Si fissa la mente dove il respiro nasce, nel cuore, e dove termina, a dodici dita dal cuore. Per Singh, nibhālana è proprio questo: fissare la mente all'inizio e alla fine del percorso del respiro.

Poi Kṣemarāja fa una cosa che ti riguarda. Per spiegare l'«eccetera» del suo sūtra, cita tre versi del Vijñāna Bhairava, che Singh numera 72, 73 e 74. La gioia del mangiare e del bere, quella di un canto, e infine la regola generale. Nella traduzione di Singh: dovunque la mente trova la sua soddisfazione, lì va concentrata. Il piacere, in questi testi, è un punto da osservare, non un premio.

Una ciotola di metallo consumato con una piccola fiamma accesa, appoggiata su una pietra scura

Lo sguardo fuori, l'attenzione dentro: così Singh riporta la definizione della mudrā di Bhairava

Kṣemarāja, Pratyabhijñāhṛdaya, sūtra 18 e commento, nella traduzione di J. Singh, Pratyabhijñāhṛdayam. Sanskrit text with English translation and notes, Motilal Banarsidass 1963, introduzione e note 104, 155 e 159 (copia digitale) · per la data di Kṣemarāja, Singh e Wallis 2022.

Una scala di mezzi, dal respiro in su

Adesso il punto che di solito manca. Nel Kashmir di Abhinavagupta i mezzi per arrivare alla liberazione hanno un ordine. Singh, nell'introduzione del 1963, li riassume in tre gruppi.

  • Āṇavopāya: la regolazione del respiro, i riti, la concentrazione sulla divinità scelta, la ripetizione dei mantra.
  • Śāktopāya: un lavoro della mente, con contemplazioni come «io sono Śiva».
  • Śāmbhavopāya: per Singh è pensato per aspiranti avanzati. Lo chiama la via della «consapevolezza costante».

Singh mette in ordine anche i mezzi del sūtra 18. Sciogliere i pensieri che costruiscono differenze appartiene al terzo gruppo. Contrarre ed espandere la potenza, al secondo. Fermare i due respiri e il nibhālana, al primo. Guardare con attenzione dove il respiro comincia e finisce, in questo schema, è il gradino più basso.

E chi sale più in alto? Qui entra la grazia, śaktipāta. Nel riassunto di Singh, chi riceve una grazia intensa si libera senza molta pratica. Chi ne riceve una media cerca un maestro, riceve l'iniziazione e pratica lo yoga. Sopra tutto questo Abhinavagupta mette ancora un gradino, anupāya, il non-mezzo. È l'impianto non dualista che trovi nella pagina sulla filosofia del tantra.

Wallis, nella sua concordanza, assegna ogni tecnica del Vijñāna Bhairava a uno di questi mezzi. Il respiro del verso 24 è un mezzo del primo gruppo, da principianti. La musica del 41 e le emozioni del 101 stanno nel terzo. Lo stesso libretto contiene tutta la scala.

Singh 1963, introduzione («Śaktipāta or Anugraha», «Upāyas») · Wallis 2023, concordanza: legenda e classificazione dei vv. 24, 41 e 101, secondo l'insegnamento di Abhinavagupta sui mezzi · per anupāya, la pagina del sito sul Riconoscimento.

Per Singh, guardare gli estremi del respiro è un mezzo del primo gruppo. La consapevolezza costante è del terzo, per aspiranti avanzati.

Come i versi sono arrivati fino a te

Nel 1957 il poeta americano Paul Reps pubblica Zen Flesh, Zen Bones. Dentro c'è un capitolo intitolato Centering: le centododici tecniche in un inglese libero, quasi poesia. Reps aveva studiato il testo qualche anno prima, in Kashmir, con Swami Lakshmanjoo.

Wallis è netto: quella di Reps non è affatto una traduzione. La prima traduzione in una lingua europea è francese, di Lilian Silburn, nel 1961. La prima inglese fatta sul sanscrito arriva solo nel 1979, con Singh.

Metti a confronto il verso 24. In Singh è la dea suprema, Parā, che si esprime come espirazione verso l'alto e come inspirazione verso il basso. In Reps la dea resta solo come destinataria, Radiant one. Ma non è più lei a respirare: resta un'esperienza che può affiorare fra due respiri.

Su Centering si appoggiano poi, secondo Wallis, i discorsi di Osho raccolti in The Book of Secrets e le Radiance Sutras di Lorin Roche. Nessuno dei due, scrive, è in alcun senso una traduzione. E nella presentazione del libro di Osho, edizione Osho Media International, il testo diventa «4000 year old», vecchio di quattromila anni. È lo stesso errore dei cinquemila anni, con mille anni in meno. La stessa presentazione promette di spiegarti come scoprire quale tecnica è la migliore per te.

C'è un'ultima cosa, e per me è la più importante. Wallis osserva che il testo è diventato famoso per le pratiche di vita quotidiana, come gustare il cibo o rivedere una persona cara. E che lo è diventato proprio perché sono atipiche. Su centinaia di fonti primarie, le trovi in una manciata. La pagina meno tipica è diventata il volto del testo.

Wallis 2022 (Reps, Silburn, Singh, Osho e Roche; le pratiche atipiche) · Wallis 2023, concordanza, v. 24 nelle versioni di Singh e Reps · P. Reps, Zen Flesh, Zen Bones, 1957 · scheda di The Book of Secrets, Osho Media International, nel catalogo del libraio Exotic India.

Chiedi il numero del verso

Una pratica d'attenzione può valere anche se è moderna. Quello che non deve fare è presentarsi come antichissima, o come l'unica cosa che i testi chiedevano.

Cosa fai: quando ti propongono una «tecnica del Vijñāna Bhairava», chiedi due cose. Quale verso, e in quale traduzione. Poi cerca quel verso nella traduzione di Jaideva Singh, del 1979, e confronta. Se alla versione che ti danno manca qualcosa che in Singh c'è, come la dea del verso 24, chiedi perché. E se ti dicono che il testo ha quattromila anni, chiedi da quale fonte viene quella data.

Il quadro d'insieme

Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.