Se il tantra ha una figura paragonabile a Tommaso d'Aquino per la teologia cristiana, è lui. Trentacinque opere, una da seimila versi che è ancora oggi il libro più importante sull'argomento. E in Italia il suo nome non lo conosce quasi nessuno — nemmeno fra chi frequenta corsi di tantra da anni.
Un uomo, un secolo, un luogo
Abhinavagupta nasce in Kashmir attorno al 950 dopo Cristo e muore verso il 1016. Sono date approssimative, ricavate dalle sue stesse opere: alcune portano una data di composizione, e da quelle gli studiosi hanno ricostruito il resto.
Il Kashmir di quegli anni non è la provincia che immagini oggi. È un centro intellettuale di primo piano, dove convivono scuole shivaite, buddhiste, grammatici, logici, teorici della poesia. Ci si scrive contro, ci si cita, si fanno commentari ai commentari. Il Kashmir è una delle regioni in cui il tantra prende forme diverse.
La sua formazione è la parte che colpisce di più. Studia con più di quindici maestri diversi, di scuole che fra loro non andavano d'accordo: Trika, Krama, la filosofia del Riconoscimento, la logica, la poetica, la drammaturgia.
Non è un devoto che eredita una linea. È uno che le attraversa tutte, e poi ne fa una sintesi.
Le date della sua vita le conosciamo perché le ha scritte lui, in fondo ai suoi libri
Il libro che tiene insieme tutto
Il Tantrāloka — «luce sui tantra» — è la sua opera maggiore: circa seimila versi in trentasette capitoli, che coprono metodicamente rito, filosofia, iniziazione, pratica yogica, gerarchia dei percorsi.
Adesso guarda cosa fa questo libro, perché non è ovvio. Non inventa una dottrina nuova: ne mette in ordine centinaia di preesistenti.
Prima di lui i tantra erano un insieme di testi rituali, spesso in contraddizione fra loro, senza un impianto teorico che li reggesse. Abhinavagupta li legge tutti e costruisce la struttura che spiega perché ognuno ha il suo posto.
È il motivo per cui il suo nome ricorre in ogni studio serio sul tantra: ha dato una filosofia a una liturgia. Non era scontato, e nessuno l'aveva fatto prima con quella ampiezza.
Perché non lo conosce nessuno
Il Tantrāloka è tecnico, presuppone la conoscenza di decine di testi, ed è stato tradotto integralmente in italiano — da Raniero Gnoli — ma resta lettura da specialisti.
Il neotantra novecentesco non è passato di qui. È passato per Avalon, la teosofia e la psicologia del corpo. Risultato: l'autore più importante del tantra è assente dal discorso pubblico sul tantra.
L'idea che si porta dietro
La corrente in cui si muove si chiama pratyabhijñā, «riconoscimento». È una parola scelta bene, e contiene tutta la tesi.
Secondo questa scuola non c'è niente da conquistare e niente da diventare. La tua coscienza è già la coscienza assoluta: semplicemente se n'è dimenticata.
La liberazione non è un viaggio verso un altrove. È un riconoscersi — come quando incontri una persona a cui vuoi bene e per un istante non la ricolleghi, finché non ti torna in mente chi è.
Da qui discende la conseguenza che riguarda tutto il resto: se la realtà è già quella cosa lì, il mondo non è un errore da cui scappare. Il corpo, i sensi, le emozioni non sono ostacoli: sono forme della stessa coscienza. È l'impianto che ti racconto nella pagina sul non-dualismo, e Abhinavagupta è chi gli ha dato la forma più rigorosa.
Non c'è niente da raggiungere. C'è qualcosa da ricordare.
Il filosofo che scriveva di teatro
C'è un dettaglio che di solito si liquida come curiosità, e invece dice molto. Abhinavagupta è anche il più importante teorico indiano dell'estetica: il suo commentario al Nāṭyaśāstra, il trattato sulle arti sceniche, è ancora oggi un riferimento negli studi di letteratura sanscrita.
Non è un hobby. Il problema che si pone davanti al teatro è lo stesso che si pone davanti al rito: com'è che un'esperienza sensibile può produrre uno stato di coscienza diverso?
Perché lo spettatore di un dramma prova un'emozione che non è la sua, e ne esce cambiato? La sua risposta sull'arte e la sua risposta sul rito sono la stessa risposta, applicata a due materiali.
Questo è il segno di un pensiero vero e non di un sistema chiuso: la stessa intuizione regge in due campi che nessuno prima aveva collegato.
Se vuoi leggerlo
Un consiglio pratico, perché partire dal Tantrāloka è il modo migliore per mollare dopo dieci pagine.
- Comincia dal Tantrasāra: è il riassunto che ne ha fatto lui stesso. Stessa architettura, una frazione della lunghezza.
- Cerca le traduzioni di Raniero Gnoli. Sono il riferimento in italiano, e sono buone: su questo autore l'Italia ha una tradizione di studi seria, quasi l'unica cosa in cui siamo messi meglio della media.
- Non cercarci istruzioni pratiche. Sono testi che presuppongono un'iniziazione e un maestro, e che di proposito non dicono tutto per iscritto.
Resta il fatto che questo sito prova a correggere: quando qualcuno ti dice «lo dice il tantra», nove volte su dieci non ha in mente Abhinavagupta. Ha in mente un libro americano degli anni Settanta.
Sapere che questo autore esiste è già metà del lavoro.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

