C'è un punto in cui i testi tantrici dicono davvero qualcosa sul piacere, ed è più sottile di come te lo raccontano. Non dicono che sia buono, sacro o da coltivare. Dicono che è un momento in cui la coscienza si mostra — e lo mettono in un elenco insieme allo starnuto.
L'elenco che ridimensiona tutto
Il Vijñāna Bhairava elenca centododici occasioni in cui la mente ordinaria si interrompe.
Fra queste: l'istante fra due respiri, il momento prima di addormentarti, la vista di un cielo vuoto, uno spavento improvviso, uno starnuto. E sì, il culmine del piacere.
Il piacere è dunque uno dei casi, non il caso. Sta in una serie, e la serie è la tesi: ovunque l'attività si interrompa, lì.
Estrarne una voce e farne il centro della tradizione è un'operazione che il testo non autorizza.
Interessa l'istante in cui qualcosa si ferma. Non quello che lo ha provocato
Perché funziona, secondo i testi
Il ragionamento è coerente con tutto il resto del sistema.
Nell'esperienza ordinaria la tua coscienza è occupata: c'è sempre un oggetto, un pensiero, un progetto. Nei momenti di intensità estrema l'occupazione si sospende: per un istante non c'è nessuno che pensa a qualcosa. Quello che resta scoperto è ciò che i testi chiamano la tua natura.
Il piacere è utile perché produce quella sospensione in modo affidabile.
Ma tieni bene la distinzione: non è il piacere a essere prezioso. È la sospensione. E lo spavento la produce ugualmente.
La differenza con il neotantra
Nella versione contemporanea il piacere è il fine: espanderlo, prolungarlo, approfondirlo. Nei testi è un mezzo, e per giunta uno fra molti.
Chi cerca di intensificare l'esperienza sta andando nella direzione opposta: quello che interessa è il vuoto che segue, non la pienezza che precede.
Una parola che non abbiamo
C'è un termine tecnico che complica la faccenda in modo interessante: bhoga, il godimento, l'esperienza sensibile.
Nella maggior parte del pensiero indiano bhoga e mokṣa — godimento e liberazione — sono alternativi: chi cerca uno rinuncia all'altro. È il presupposto dell'ascetismo.
L'affermazione tantrica più forte è che possano stare insieme. Non che il godimento sia la liberazione, ma che non la escluda: si può vivere nel mondo e riconoscere la propria natura.
È una posizione radicale nel suo contesto, e si riassume in una formula che ricorre nei testi: ciò che per gli altri è caduta, per il praticante è mezzo.
Non è il piacere a essere sacro. È che nemmeno lui è escluso.
L'estetica, che è la prova migliore
La conferma che il discorso non riguardi la sessualità viene da un altro campo: il teatro, e la teoria del rasa. Ed è la parte più elegante della faccenda.
Abhinavagupta, oltre che filosofo del tantra, è il maggior teorico indiano dell'estetica. Nella sua analisi l'esperienza dello spettatore a teatro funziona come quella del praticante: l'emozione provata davanti al dramma non è la propria, è depersonalizzata, e proprio per questo apre uno spiraglio sulla coscienza pura.
La stessa struttura vale per il gusto di un cibo, per la musica, per la bellezza.
È il piacere sensibile in generale a essere materia di indagine — non quello sessuale in particolare. Chi ha ridotto tutto al sesso ha preso una voce dell'elenco.
I testi non indicano il piacere. Indicano la fessura che si apre quando un'intensità qualunque smette — e il piacere è solo uno dei modi per arrivarci.
Cosa fai: una volta, oggi, prendi una cosa intensa e ordinaria — la prima sorsata quando hai sete, l'acqua calda addosso, una risata che finisce. Non allungarla. Nota l'istante subito dopo, quello in cui per una frazione non stai desiderando niente. È quello, l'oggetto dell'elenco.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è Tantra e sessualità: cosa dicono le fonti.

