Il maggior filosofo del tantra ha dedicato la stessa attenzione al teatro. Non era una distrazione: la domanda che si pone davanti a un dramma è la stessa che si pone davanti al rito — come può un'esperienza sensibile cambiare lo stato di chi la attraversa?
Che cos'è il rasa
La parola significa «succo», «sapore». Nella teoria estetica indiana indica il sentimento che lo spettatore prova assistendo a un'opera.
Il punto sottile: non è l'emozione del personaggio, e non è nemmeno un'emozione ordinaria dello spettatore.
Se a teatro muore un innamorato, tu che guardi non provi il dolore che proveresti per una perdita vera. Provi qualcosa di imparentato ma diverso, che si può gustare e persino cercare.
La tradizione ne elenca otto o nove, dall'erotico al comico al terribile al pacificato. Il problema teorico è spiegare che genere di cosa sia quel sentimento — e la risposta di Abhinavagupta è la più influente mai data.
Il dramma indiano è codificato quanto un rito, e per la stessa ragione
La sua risposta
Abhinavagupta sostiene che l'esperienza estetica funzioni per rimozione degli ostacoli.
Nella vita ordinaria le tue emozioni sono sempre tue: legate al tuo interesse, alla tua paura, al tuo guadagno.
A teatro quello stesso materiale emotivo si presenta senza appartenere a nessuno in particolare: non è il tuo dolore, e non è nemmeno esattamente quello dell'attore. Le pareti che di norma lo rinchiudono nell'io cadono.
Quello che resta è l'emozione allo stato puro, gustata da una coscienza che per un momento non è occupata da sé. Ed è per questo che l'esperienza estetica è piacevole anche quando il sentimento rappresentato è terribile.
Il ponte con il tantra
La struttura è identica a quella della pratica. Nel rito il praticante attraversa un'esperienza intensa senza esserne mosso come individuo, e in quella sospensione dell'io si apre uno spiraglio.
A teatro succede la stessa cosa. In regalo, a chiunque. L'estetica è per Abhinavagupta una prova sperimentale che quella sospensione è possibile.
Il nono sapore
C'è un dettaglio in cui la faccenda si chiude, ed è elegante.
Alla lista classica degli otto rasa, la tradizione ne aggiunge un nono: śānta, il pacificato, il sapore della quiete. È controverso, perché sembra una contraddizione: che spettacolo può produrre l'assenza di agitazione?
Abhinavagupta lo difende, e ne fa il fondamento di tutti gli altri.
Gli otto sapori sono increspature. Il nono è la superficie ferma su cui si increspano. Tolte le emozioni particolari, resta la coscienza che le gustava — che è esattamente il punto d'arrivo della sua metafisica, e lo stesso movimento dello spanda.
Uscire da teatro cambiati non è una metafora. È il modello di come funziona tutto il resto.
Perché ti riguarda
Per due ragioni concrete.
La prima: smonta l'idea che il tantra riguardi soltanto il corpo e il sesso. L'autore che lo ha sistematizzato considerava una tragedia teatrale uno strumento conoscitivo dello stesso genere di un rito. Il piacere che gli interessava era quello estetico quanto quello sensuale, e per la stessa ragione.
La seconda: è una teoria che regge ancora. Filosofi ed esteti contemporanei la discutono seriamente, e non come curiosità storica.
È forse il contributo indiano più esportabile in assoluto. E in Occidente lo conosce quasi solo chi studia estetica, non chi frequenta corsi di tantra.
La tesi di Abhinavagupta è che l'emozione che provi davanti a un dramma non è la tua: piangi per un dolore che non ti appartiene, e proprio per questo lo puoi guardare invece di subirlo.
Cosa fai: la prossima volta che un film o un libro ti prende, nota che stai provando qualcosa di intenso e non tuo insieme. Non uscirne: restaci e guardala. È l'unico laboratorio quotidiano che questa teoria richiede, e ce l'hai in casa.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

