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Tantricamente
Due mani aperte, i palmi in su, posate su un tavolo di legno scuro

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Sessualità

Il corpo dell’uomo nei testi

di Luca Masrè Passaro8 minuti15 settembre 2026

Del corpo della donna i testi parlano spesso, e da fuori. Del corpo dell'uomo parlano in un altro modo, e c'entra chi leggeva: di solito un uomo, il praticante. Il suo corpo non viene celebrato, viene rifatto. E dove compare davvero, le sorprese non mancano.

Il corpo di chi legge

Comincio da un'osservazione dello storico delle religioni Gavin Flood, perché mette in fila tutto il resto. Il lettore che i tantra hanno in mente è un iniziato. E di solito, scrive Flood, è un uomo.

Si vede bene in un testo come la Jayākhyasaṃhitā. Pensa a un praticante maschio. Le donne le ammette all'iniziazione, ma le equipara agli śūdra, l'ultimo dei quattro gruppi della società tradizionale, i varṇa.

Attento però a non trarne la conclusione sbagliata. Non tutti i tantra escludevano le donne: i primi tantra dedicati alla Dea ammettevano anche iniziate a pieno titolo, come ha mostrato l'indologa Judit Törzsök. L'asimmetria c'è, ma non è uniforme.

Quello che ne esce è in parte il rovescio di quello che ti ho raccontato sul corpo femminile. La donna, spesso, è descritta, scelta, guardata. Il corpo dell'uomo viene descritto soprattutto in rapporto alla pratica.

Un corpo da rifare, non da celebrare

Il corpo del praticante nei testi non è mai «già a posto». Va smontato e ricostruito, come si accorda uno strumento.

Nelle purificazioni del rito śaiva il primo passo è la bhūtaśuddhi, la purificazione degli elementi del corpo. Un'altra operazione centrale è il nyāsa. L'indologo Alexis Sanderson lo definisce così: il fedele divinizza la propria persona con i mantra, posandoli sulle parti del corpo.

Da qui una massima che senti ripetere ancora oggi: śivo bhūtvā śivaṃ yajet, «diventato Śiva, adora Śiva».

Una massima con una storia

Da quale testo venga all'origine non è sicuro. Sappiamo però che circolava già nella prima metà del X secolo, perché il poeta kashmiro Utpaladeva la cita come un detto noto, nella Śivastotrāvalī (1.14).

E la cita per cambiarle senso: «diventato Śiva», dice, significa «diventato devoto». Già mille anni fa, cioè, quella frase si leggeva in più di un modo.

Guarda cosa vuol dire, concretamente. Nei testi il corpo dell'uomo non ha un'«energia maschile» da risvegliare. Ha un corpo ordinario da purificare e da divinizzare. È un lavoro, non un complimento.

Il seme: la goccia da non far cadere

Se c'è una parte del corpo maschile di cui i testi parlano davvero, è il seme. Lo chiamano bindu, la goccia, e te ne ho già raccontato la logica.

Lo haṭha yoga la dice in una riga. «La morte viene dalla caduta del bindu, la vita dalla sua ritenzione»: è la Śivasaṃhitā, un testo scritto probabilmente fra il 1300 e il 1500.

Il testo più antico dello haṭha yoga, l'Amṛtasiddhi, probabilmente della seconda metà dell'XI secolo, ha un'immagine precisa. In cima al Meru, l'asse del corpo, c'è una luna che fa piovere un nettare bianco. Alla base del corpo c'è un sole che lo consuma. E frenare la goccia frena il respiro e ferma la mente: corpo, soffio e pensiero sono la stessa faccenda.

Da qui tecniche che oggi ti sembreranno estreme. Nella khecarī la lingua, allungata, viene portata sopra il palato per bere il nettare che scende. E c'è la vajrolī: nella descrizione della Śivasaṃhitā, un'aspirazione attraverso l'uretra. Un testo probabilmente del XIII secolo, il Dattātreyayogaśāstra, la chiude con la stessa formula: la morte dalla caduta del seme, la vita dalla sua conservazione.

Il dettaglio che le traduzioni hanno tolto

Nella Śivasaṃhitā il passo sulla vajrolī descrive un uomo e una donna, e contiene la frase «io sono il bindu, la dea è il rajas»: il seme e il fluido femminile. La vecchia traduzione inglese di Vasu il passo lo omette.

E non riguarda solo l'uomo. Il Dattātreyayogaśāstra dice che uomo o donna ottengono il risultato allo stesso modo. La Haṭhapradīpikā, del XV secolo, aggiunge che la donna che conserva il proprio fluido con questa tecnica è una yoginī.

James Mallinson e Mark Singleton, Roots of Yoga, Penguin Classics 2017 · James Mallinson, The Khecarīvidyā of Ādinātha, Routledge 2007.

Nel rito Kaula: fluidi, non prestazioni

In alcuni culti tantrici del primo Medioevo il quadro è diverso, e più lontano da te di quanto immagini.

Sanderson descrive un rito in cui l'iniziato si unisce a una consorte consacrata, la dūtī, per produrre i fluidi sessuali mescolati. Insieme al sangue, erano l'offerta più gradita a una certa classe di divinità. Del maithuna ti ho già detto quanto sia lontano dal sesso come lo pensi.

Qui l'uomo non trattiene: i fluidi vengono prodotti per un'offerta. E c'è un dettaglio che spiazza. Nel pantheon Kaula, dei dodici figli di una coppia mitica di maestri, sei non sono celibi, e proprio per questo possono trasmettere il culto. Il non essere celibi, in quel racconto, è una qualifica.

Col tempo il rito viene interiorizzato: la tradizione successiva preferisce l'adorazione dentro il soffio. Ma resta, per certi giorni dell'anno.

Un testo dice: conserva il seme, o muori. In un altro culto i fluidi si producono per offrirli. Chi ti parla di «la visione tantrica del corpo maschile» ne ha scelta una.

Il Kāmasūtra: lepre, toro, stallone

Fuori dai tantra, nei manuali dell'amore, il corpo dell'uomo finalmente viene guardato. E misurato.

Il Kāmasūtra apre il secondo libro così: secondo la dimensione dell'organo, l'uomo si chiama lepre, toro o stallone. La donna cerva, cavalla o elefantessa. Poi aggiunge due criteri: l'intensità del desiderio e la durata.

Una curiosità che ti serve per non farti ingannare: le misure in dita che trovi in giro non stanno nel testo. Stanno in un commento molto più tardo, che le edizioni stampano accanto al testo.

E nel settimo libro arriva la parte più rivelatrice. All'uomo che non riesce a soddisfare la donna il testo propone rimedi: la mano, strumenti d'oro, d'argento o di legno da applicare, perfino unguenti per ingrandire. In questi rimedi il corpo maschile conta per quanto riesce a soddisfare la compagna. Di rimedi per durare, invece, parlerà un manuale del Cinquecento, e te lo racconto qui.

Cenere chiara e pochi tizzoni spenti su una pietra scura

Il corpo che si fa impuro di proposito: l'asceta del crematorio

Il corpo ai margini: l'asceta del teschio

C'è poi un corpo maschile che i testi descrivono con cura, proprio perché è fuori da ogni norma.

Il kāpālika, come lo ricostruisce Sanderson, porta ornamenti d'osso umano, un cordone di capelli di cadavere, cenere di pira sulla pelle. Mendica con una ciotola ricavata da un cranio, vaga di notte fra i crematori.

Il modello è la penitenza di chi ha ucciso un brahmano: dodici anni fuori dalla società. È un corpo che assume di proposito i segni dell'impurità, e lascia cadere la distinzione fra puro e impuro. Ne parlo anche a proposito della morte.

Di quale corpo ti stanno parlando

Nei testi il corpo dell'uomo non ha un'energia maschile da risvegliare. Ha un corpo da purificare e divinizzare, in certe scuole un seme da conservare, in altre un fluido da offrire. E nei manuali dell'amore, un piacere altrui da servire.

Cosa fai: la prossima volta che un corso ti promette di risvegliare «lo Shiva che è in te» o «la tua energia maschile», chiedi di quale testo parla, e di quale corpo. Poi confronta la risposta con queste righe. Se la versione che ti offrono è molto più lusinghiera, non viene da lì: e Śiva e Śakti, nei testi, non sono il maschile e il femminile.

Il quadro d'insieme

Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è Tantra e sessualità: cosa dicono le fonti.