«Shiva è il maschile, Shakti il femminile: dentro di te convivono i due principi e il tantra serve a riequilibrarli.» È la frase più ripetuta nei corsi italiani. Nei testi che dovrebbero fondarla non c'è. Quello che c'è è più difficile da dire in uno slogan, e molto più interessante.
Il cliché, e da dove viene
La lettura corrente funziona così. Shiva sarebbe il polo maschile — statico, coscienza pura, cielo. Shakti il polo femminile — dinamico, energia, terra. Ogni persona conterrebbe entrambi, sbilanciati dall'educazione, e il lavoro consisterebbe nel riportarli in equilibrio.
È un'immagine efficace, e non è nata dal nulla. Nasce dall'incontro fra le traduzioni ottocentesche dei testi indiani e la psicologia analitica del Novecento, quella di animus e anima.
Detto in breve: è una lettura junghiana travestita da sanscrito.
Il problema non è che sia inutile — a molte persone quel modo di parlare serve. Il problema è attribuirlo alle fonti.
Cosa dicono davvero i testi
Nella tradizione filosofica più elaborata sull'argomento, lo shivaismo non dualista del Kashmir, la coppia non è maschile e femminile. È prakāśa e vimarśa.
Prakāśa è la luce: il puro fatto che qualcosa appaia, che ci sia manifestazione invece che niente.
Vimarśa è l'atto con cui quella luce si accorge di sé: il ritorno riflessivo della coscienza su di sé, l'«io sono» implicito in ogni percezione.
Non sono due sostanze. Non sono due poli in tensione. Sono due aspetti inseparabili di un unico atto — come la luce e il fatto di illuminare, che non puoi separare nemmeno in teoria.
Nell'iconografia sono due figure. Nella filosofia che la spiega, non sono due cose
La differenza che cambia tutto
Se sono due poli, il lavoro è bilanciarli — e ha senso parlare di uomini troppo Shiva e donne troppo Shakti.
Se sono due facce di un atto solo, non c'è niente da bilanciare: c'è da accorgersi che stanno già insieme, e che quella cosa lì sei tu.
Sono due programmi diversi, non due modi di dire la stessa cosa.
La coppia che invece È polare — e non è questa
Qui sta l'equivoco più istruttivo, e voglio che tu lo veda per intero. Perché una coppia polare nella filosofia indiana esiste davvero. Solo che appartiene a un'altra scuola, e funziona al contrario.
Il Sāṃkhya, uno dei sistemi classici, oppone puruṣa — lo spirito, inattivo, spettatore — e prakṛti — la natura, attiva, che produce le forme.
Lì sì che ci sono due principi distinti. E lì la liberazione consiste proprio nel separarli: capire che tu sei lo spettatore e non lo spettacolo.
Adesso tieniti forte. Il non-dualismo tantrico nasce come rifiuto esplicito di questa impostazione. Dice che quella separazione è la malattia, non la cura.
Prendere Shiva e Shakti e leggerli come puruṣa e prakṛti significa quindi non solo sbagliare autore. Significa rimettere in bocca al tantra la tesi che il tantra combatteva.
Il cliché non è una semplificazione del tantra. È la posizione della scuola rivale.
E il genere, allora?
Nessuno nega che l'iconografia sia sessuata: nelle immagini Shiva è un uomo, Shakti una donna, spesso in unione. La domanda è cosa significhi.
Nei testi il genere delle due figure è un linguaggio, non una tesi antropologica. Serve a rendere pensabile un rapporto che altrimenti resterebbe astratto: l'unione è l'immagine più immediata di due cose che sono una sola.
Da lì a dedurne qualcosa sugli uomini e le donne concrete — e su cosa dovrebbero fare in una stanza — il salto è enorme. Nei testi non lo fa nessuno.
C'è anzi un dettaglio che ribalta il cliché. In molte correnti tantriche è Shakti il termine attivo e determinante: senza di lei Shiva è inerte. La formula più citata lo dice senza mezzi termini — «Śiva senza Śakti è un cadavere».
Se qualcuno volesse leggerci una gerarchia di genere, uscirebbe l'opposto di quella che il senso comune si aspetta.
Perché ti conviene la versione giusta
Non per pedanteria. Perché è più utile.
La lettura polare ti porta a un lavoro su di te fatto di categorie: sono troppo mentale, mi manca il femminile, devo riequilibrare. È un discorso che si presta a diventare un elenco di difetti da correggere, e a giustificare ruoli piuttosto rigidi in nome di una sapienza antica che non li ha mai detti.
La lettura delle fonti dice una cosa più radicale e più semplice: quello che chiami «io» e quello che chiami «mondo» sono lo stesso movimento visto da due parti.
Non c'è un pezzo mancante da recuperare. C'è un'evidenza da riconoscere — ed è esattamente il verbo che quella tradizione usa, pratyabhijñā, di cui ti parlo nella pagina sul non-dualismo.
La prima versione ti dà un programma. La seconda ti toglie il terreno da sotto i piedi. Solo una delle due è tantrica.
Shiva e Shakti non sono il maschile e il femminile dentro di te. Sono coscienza e sua potenza di manifestarsi: non due metà da riequilibrare, ma una cosa sola e il suo essere attiva.
Cosa fai: la prossima volta che ti trovi a pensare «sono troppo mentale, mi manca il femminile» — o che qualcuno te lo dice — riconoscilo per quello che è: una diagnosi, formulata con categorie che quei testi non usano. Toglierla di mezzo non ti lascia senza strumenti. Ti lascia senza un difetto inventato da correggere.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

