Se dovessi scegliere una sola parola per riassumere il non-dualismo tantrico, non sarebbe amore né conoscenza. Sarebbe svātantrya, libertà assoluta. È l'attributo che questa tradizione mette al vertice, e la scelta la distingue da quasi tutte le altre.
Che cosa significa
Letteralmente: l'essere sotto il proprio controllo — sva, «proprio», e tantra nel senso di «dipendenza, governo».
Non è la libertà di scegliere fra opzioni. È non dipendere da niente, nemmeno dalla propria natura.
La formulazione forte: la coscienza assoluta non è costretta a manifestarsi, e non è costretta a non farlo. Può limitarsi o no. Nessuna necessità la governa — nemmeno quella di essere quello che è.
È un'affermazione più radicale di quanto sembri. La misuri per contrasto.
Nessuna necessità la governa: è la premessa da cui tutto il resto discende
Il contrasto che la illumina
Nella maggior parte dei sistemi l'assoluto è definito da ciò che non può fare.
Un dio perfetto non può ingannare né cambiare idea. L'Uno neoplatonico emana per necessità di natura. Il Brahman dell'Advaita è immutabile per definizione.
In tutti questi casi la perfezione è una forma di vincolo: l'assoluto è tale perché non può essere altrimenti.
Il tantra rovescia. La perfezione è precisamente il non essere vincolati — nemmeno alla perfezione.
Da qui discende che la manifestazione del mondo sia un gioco: se fosse necessaria, non sarebbe libera.
La conseguenza sul male
Se la coscienza è libera anche di limitarsi, allora la limitazione non è un incidente: è un esercizio di libertà.
È la risposta che questo sistema dà al problema del male — con i suoi costi, perché a chi subisce non dice niente.
E la tua libertà?
Qui il discorso tocca terra, e in un modo che sorprende.
Se la coscienza è una sola e tu sei quella, allora la libertà assoluta è già tua. Solo che non lo sai — e nel non saperlo ti percepisci come qualcuno che deve fare i conti con le circostanze.
La struttura di quel restringimento sono le cinque «corazze» che ti descrivo nei trentasei tattva: la libertà diventa destino, l'onnipotenza diventa «posso fare alcune cose», la pienezza diventa desiderio.
Non hai perso la libertà: la stai esercitando in una forma che la nasconde.
Non è il permesso di fare quello che vuoi. È il non dipendere da niente, nemmeno da ciò che sei.
Perché non è una scusa
Te lo dico perché questa dottrina si presta a un uso improprio ben documentato, e ti conviene riconoscerlo.
«Sono libero, quindi le regole non mi riguardano» è una deduzione che i testi non fanno.
La libertà di cui parlano è un attributo della coscienza assoluta, non dell'io individuale. E l'io individuale, finché si crede tale, è precisamente quello che è condizionato.
Chi si dichiara al di là delle regole in virtù di questa dottrina sta rivendicando come proprio un attributo che il sistema attribuisce a tutt'altro.
È una delle strade attraverso cui il tantra è stato usato per tutt'altro. Impara a vederla.
«Sono libero, quindi le regole non mi riguardano» è una deduzione che i testi non fanno mai. La libertà di cui parlano è un attributo della coscienza assoluta, non un permesso rilasciato a te.
Cosa fai: quando senti invocare la libertà interiore per giustificare un comportamento verso qualcun altro, sostituisci mentalmente il soggetto: chi è libero, in quella frase? Se la risposta è «io, nei confronti tuoi», la dottrina è stata usata al contrario — perché in quei testi la libertà non ha mai un oggetto su cui esercitarsi.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

