È l'obiezione che qualunque lettore attento prima o poi si fa: se tutto è manifestazione di un'unica coscienza, che cosa sono la sofferenza e la crudeltà? La tradizione conosce la domanda. E la sua risposta è più scomoda di quanto la divulgazione lasci intendere.
Il problema, messo bene
Un dualismo se la cava facilmente: c'è un principio buono e uno cattivo, e il male appartiene al secondo. Un monoteismo ha il problema classico della teodicea, e ha secoli di risposte a disposizione.
Un non-dualismo integrale ha la posizione più difficile di tutte.
Non può attribuire il male a un altro principio, perché non ce n'è un altro. Non può dire che il mondo è illusione, perché sostiene che è reale — è il punto in cui si separa dall'Advaita, come ti mostro a proposito del gioco.
Gli resta una strada sola: dire che il male non è una cosa.
Non un'entità che si oppone, ma una restrizione — e la restrizione non è nulla di aggiunto
La risposta: la contrazione
Nel vocabolario tecnico si chiama saṅkoca, «contrazione», o āṇavamala, «l'impurità dell'atomo».
L'idea è che il male non sia un'entità ma un restringimento: la coscienza infinita che si limita fino a credersi una cosa fra le cose. Da quella limitazione derivano il senso di mancanza, la paura, l'avidità e tutto quello che ne segue. La struttura completa di questo restringimento sono le cinque «corazze» che ti descrivo nei trentasei tattva.
Non è un'aggiunta. È una sottrazione. Come il buio non è una sostanza ma assenza di luce, il male qui non è qualcosa che c'è: è qualcosa che manca — la percezione della propria estensione.
Il vantaggio, e il costo
Il vantaggio: nessun dualismo, nessun demonio, nessuna guerra cosmica. E il rimedio è coerente con la diagnosi — se il problema è un restringimento, la soluzione è un allargarsi, cioè il riconoscimento.
Il costo: questa spiegazione non dice niente alla vittima. A chi subisce, sapere che chi gli fa del male è coscienza contratta non serve a nulla.
L'onestà dei testi
Un merito va riconosciuto: i testi non fingono che il problema sia risolto.
Non ti promettono che il dolore finirà. Non spiegano perché ai singoli capiti quello che capita. Non offrono consolazione. Trattano la questione come un problema di metafisica — perché ci sia limitazione in un tutto illimitato — e su quel piano rispondono.
Quello che non fanno mai è dire che la sofferenza è buona. Il limite è reale e produce effetti reali. È solo che non è un'altra sostanza.
Non c'è nessuno da combattere. Il che risolve un problema teorico e non ne toglie uno pratico.
E l'etica?
Domanda legittima: se il male è solo restringimento, esiste ancora una differenza fra il bene e il male da fare?
I testi rispondono di sì, ma per una via diversa dalla tua. Non c'è una legge esterna da rispettare, non un comandamento. C'è un criterio di coerenza: chi ha riconosciuto la propria natura non danneggia, come chi ha capito che una figura è un riflesso smette di parlarci.
È un'etica che discende dalla conoscenza invece che dall'obbligo. Ed è forte finché la conoscenza c'è.
Il suo punto debole è evidente, e la storia lo ha mostrato: chi si dichiara al di là del bene e del male senza esserlo trova in questo sistema un vocabolario comodissimo. È una delle strade per cui il tantra è stato usato per tutt'altro.
Perché ti conviene saperlo
Perché è il punto in cui la spiritualità non dualista si presta all'abuso più facilmente. E riconoscere il meccanismo è una difesa.
L'argomento «non c'è male, è solo la tua percezione limitata» può essere una tesi metafisica seria, oppure uno strumento per non rispondere di quello che si è fatto.
La differenza non sta nelle parole, che sono identiche. Sta in chi le pronuncia, e a chi le rivolge.
Tienti questa regola pratica: quando la contrazione la diagnostica sempre chi ha il potere, a chi non ce l'ha, non è filosofia.
«Non c'è male, è la tua percezione limitata» può essere una tesi filosofica seria. Nella bocca di chi ha appena fatto del male a qualcuno è un'altra cosa, e la differenza non sta nella frase.
Cosa fai: quando incontri quell'argomento, guarda chi lo pronuncia e a chi conviene. La stessa identica frase detta da chi soffre è una posizione filosofica; detta da chi ha causato la sofferenza è un modo di non risponderne. È la difesa più efficace che questa pagina ti può dare, e non richiede di sapere niente di sanscrito.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

