Somānanda e Utpaladeva, prima di Abhinavagupta
di Luca Masrè Passaro5 minuti30 agosto 2026
Prima di Abhinavagupta ci sono due uomini che hanno costruito l'impianto su cui lui ha poi lavorato. Senza di loro il non-dualismo kashmiro non esisterebbe. E in Italia i loro nomi non li conosce quasi nessuno.
Somānanda, quello che ha cominciato
Attivo in Kashmir fra il nono e il decimo secolo, scrive la Śivadṛṣṭi — «la visione di Śiva» — e con quel testo apre la strada.
La sua tesi è brutale nella sua semplicità: tutto è Śiva, senza residui. Non «tutto viene da». Non «tutto tende a». Tutto è — compreso ciò che ti sembra più inerte.
C'è un passaggio celebre in cui applica il ragionamento a un vaso di terracotta: anche il vaso è coscienza, anche il vaso in un certo senso conosce. Ha imbarazzato generazioni di interpreti, e ti dà la misura di quanto facesse sul serio.
Nota anche il tono: Somānanda scrive contro. Il suo bersaglio principale sono i grammatici, che ponevano all'origine il linguaggio anziché la coscienza. È filosofia polemica, non contemplazione.
Maestro, allievo, allievo dell'allievo: la filosofia kashmira si costruisce in tre generazioni
Utpaladeva, quello che l'ha resa dimostrabile
Allievo di Somānanda, è il vero architetto del sistema. La sua opera principale sono gli Īśvarapratyabhijñākārikā, i «versi sul riconoscimento del Signore», che danno il nome all'intera scuola.
Quello che fa è decisivo: trasforma un'affermazione in una dimostrazione.
Somānanda aveva detto che tutto è Śiva. Utpaladeva costruisce l'argomentazione che lo sostiene, con gli strumenti della logica indiana, discutendo punto per punto con gli avversari — soprattutto i buddhisti, che negavano l'esistenza di un soggetto permanente.
Il suo argomento centrale riguarda la memoria e il riconoscimento: se non ci fosse un soggetto continuo, non potresti riconoscere niente come già visto. Da qui il nome della scuola, e la dottrina che ti descrivo nella pagina sulla pratyabhijñā.
Tre generazioni, tre mestieri
Somānanda afferma. Utpaladeva dimostra. Abhinavagupta commenta, sistema e collega al rito.
È una catena che si dichiara: ognuno cita il precedente e ne difende la posizione. Non è misticismo. È una scuola filosofica, con la stessa struttura che avrebbe avuto ad Atene.
Il lato che sorprende
Utpaladeva ha scritto anche gli Śivastotrāvalī, una raccolta di inni devozionali di grande bellezza. Fermati su questo dato, perché smonta un pregiudizio che probabilmente hai.
Lo stesso autore che costruisce dimostrazioni logiche contro i buddhisti scrive versi d'amore per la divinità. Nel suo sistema non c'è nessuna contraddizione: se tutto è coscienza, il rigore dell'argomento e il trasporto dell'inno sono due modi della stessa cosa.
Ecco perché conta. Smonta l'idea di una spiritualità orientale opposta al pensiero razionale: qui la razionalità più stretta e la devozione più aperta convivono nello stesso uomo, e nessuno dei due lati è una concessione all'altro.
Uno ha detto che tutto è coscienza. L'altro si è preso il compito di dimostrarlo.
Li puoi leggere?
Con qualche fatica, ma sì.
Le kārikā di Utpaladeva sono versi condensatissimi, pensati per essere memorizzati e poi spiegati: da soli sono quasi impenetrabili, e vanno letti con un commento. Esistono edizioni con traduzione e apparato, in inglese e in parte in italiano — la tradizione italiana su questi testi, come ti dicevo nella pagina sui testi, è più solida della media.
La Śivadṛṣṭi è più discorsiva e in certi punti più accessibile, ma il suo testo è arrivato in condizioni peggiori.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

