È la corrente che ha prodotto i testi filosofici più importanti del tantra, quella di Abhinavagupta. E il suo nome significa semplicemente «tre». Capire di quale tre si tratti ti spiega come è fatto tutto il sistema.
Quale tre
La risposta immediata: tre dee. Parā, «la suprema»; Parāparā, «la suprema-e-non-suprema»; Aparā, «la non suprema». Sono le tre potenze attorno a cui si organizza il culto della scuola.
Ma il tre è una struttura che ritorna dappertutto, ed è quello il punto. Śiva, Śakti e l'anima individuale. Il soggetto, l'oggetto e la conoscenza che li unisce. Emissione, mantenimento, riassorbimento.
Ogni volta lo schema è lo stesso: due termini apparentemente opposti e un terzo che non sta in mezzo — li comprende.
Non è una sintesi che concilia. È il riconoscimento che i due erano già uno.
Il tre non è un numero fra i tanti: è la forma del ragionamento
Perché non due
Qui sta l'eleganza del sistema, e vale la pena che tu la veda.
Una struttura a due — luce e ombra, spirito e materia, maschile e femminile — produce sempre un dualismo, anche quando si dichiara unitaria: restano due poli, e il rapporto fra loro è un problema.
Il terzo termine risolve. Non è la somma dei primi due: è ciò di cui i primi due sono aspetti.
Nella coppia prakāśa-vimarśa di cui ti parlo a proposito di Shiva e Shakti, il terzo è la coscienza che è entrambe simultaneamente.
È il motivo tecnico per cui questa scuola può dirsi non dualista davvero, e non un dualismo con una vernice unitaria sopra.
Una scuola che assorbe
Il Trika non nasce puro: incorpora materiale kaula, elementi del Krama, la filosofia del Riconoscimento, e li riorganizza in una gerarchia dove ogni corrente trova il suo posto — sotto di lui.
Abhinavagupta costruisce una classificazione dei metodi che mette in cima il proprio. La sistematizzazione è anche una rivendicazione di superiorità, ed era chiaro a tutti.
I quattro livelli della pratica
La classificazione più celebre della scuola riguarda i modi di procedere, ordinati dal più elaborato al più semplice.
Āṇavopāya — la via dell'individuo: rito, mantra, respiro, visualizzazione. Tutto quello che richiede fare qualcosa.
Śāktopāya — la via della potenza: si lavora sul pensiero, sul riconoscimento, senza supporti materiali.
Śāmbhavopāya — la via di Śiva: un semplice orientarsi dell'attenzione, senza contenuto.
Anupāya — «il non-metodo»: non si fa niente, perché non c'è niente da fare.
La gerarchia va al contrario di come te l'aspetteresti: più il metodo è ricco, più sta in basso.
È la conseguenza diretta della dottrina del Riconoscimento. Se non manca niente, ogni tecnica è un rimedio provvisorio.
In cima alla scala dei metodi c'è l'assenza di metodo. E la scala serve solo a chi non può cominciare da lì.
Perché si chiama «shivaismo kashmiro»
Un'ultima nota terminologica, perché genera confusione.
L'espressione «shivaismo del Kashmir» è moderna e imprecisa: in Kashmir convivevano correnti diverse, comprese quelle dualiste, e il Trika è solo una di esse. La formula si è imposta nel Novecento per indicare, di fatto, il non-dualismo di Abhinavagupta e dei suoi.
Non è sbagliata al punto da doverla evitare. Sappi solo che indica una parte, non un luogo.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

