È la corrente più radicale del non-dualismo kashmiro, e la meno conosciuta. Il suo oggetto non è una divinità né uno stato: è il processo stesso con cui la coscienza conosce, colto mentre accade. E la sua divinità è Kālī.
Il nome dice il metodo
Krama significa «sequenza», «successione», «passo dopo passo». Non è un dettaglio: è la tesi.
Ogni atto di conoscenza, per questa scuola, ha una struttura in fasi. Emissione: l'oggetto appare. Mantenimento: lo tieni presente. Riassorbimento: svanisce nella coscienza.
Poi il ciclo ricomincia. Migliaia di volte al giorno, per ogni percezione e ogni pensiero.
La pratica consiste nel vedere quel ciclo mentre gira. E in particolare nel cogliere l'istante in cui una percezione si dissolve e la successiva non è ancora arrivata.
Interessa l'intervallo fra un'onda e l'altra, non l'onda
Perché Kālī
La divinità del Krama non è casuale, e la scelta è coerente fino in fondo.
Kālī è il tempo che divora: la potenza che riassorbe. In una scuola il cui oggetto è il ciclo della conoscenza, la fase decisiva è quella in cui l'oggetto svanisce. Ed è la sua.
Il Krama sviluppa serie di forme di Kālī, ognuna corrispondente a una fase del processo. Non sono divinità diverse: sono momenti dello stesso movimento, personificati per poterli distinguere nella pratica.
La differenza con il Trika
Il Trika è sistematico, gerarchico, liturgico: costruisce un edificio.
Il Krama è essenziale e poco rituale: gli interessa un unico punto, e ci torna sopra. Abhinavagupta assorbe il Krama nel proprio sistema, e alcuni studiosi sostengono che gli debba più di quanto ammetta.
Perché è la più radicale
Per un motivo preciso: non c'è niente da raggiungere, e nemmeno niente da riconoscere una volta per tutte.
Il Riconoscimento è ancora un evento: prima non sapevi, poi sai.
Nel Krama non c'è un punto d'arrivo, perché il ciclo non si ferma. C'è solo l'accorgersi, ora, mentre accade. E poi di nuovo.
È una posizione che assomiglia più a certe formulazioni dello zen che al resto della filosofia indiana. E i due sistemi non si sono mai incontrati.
Non c'è un traguardo. C'è solo questo giro, e poi il prossimo.
Perché non lo conosci
Tre ragioni, tutte comprensibili.
Ha lasciato pochi testi, e in parte frammentari: è arrivato a noi soprattutto attraverso le citazioni di altri.
È stato assorbito. Il Trika ne ha incorporato gli elementi migliori, e come spesso accade la scuola che sistema è quella che sopravvive.
Non offre niente. Nessuna tecnica confezionabile, nessuno stato promesso, nessun percorso a tappe.
È la stessa ragione per cui la grazia e lo spanda sono assenti dal tantra commerciale: è materiale che non si può vendere.
Il Krama non ha per oggetto una divinità né uno stato. Ha per oggetto il processo con cui conosci qualcosa: come sorge, come si mantiene, come si dissolve. Non che cosa pensi. Come.
Cosa fai: una volta oggi, con un pensiero qualunque, guarda la sua forma invece del suo contenuto: quando è arrivato, quanto è durato, cosa è venuto dopo. Non giudicarlo, non risolverlo. È l'esercizio più semplice che questa scuola permette, ed è anche il più scomodo, perché il contenuto tira sempre.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

