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Tantricamente
Un giro di grani di legno scuro, incisi, appoggiato su una pietra coperta di polvere; dietro, sfocati, gli archi di un edificio di pietra

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Tradizione

Oṃ maṇi padme hūṃ, cosa vuol dire

di Luca Masrè Passaro9 minuti16 ottobre 2026

Forse l'hai visto tradotto così: «il gioiello nel loto». Su un bracciale, sotto un tatuaggio, nella descrizione di un brano da ascoltare. Ti racconto da dove viene davvero questa frase, e chi l'ha tradotta in quel modo. Il mantra più tibetano che ci sia compare per la prima volta in un sūtra indiano. E secondo lo studioso Alexander Studholme è modellato sul mantra di Śiva. La traduzione famosa, invece, la propone un orientalista a Parigi, nel 1831, liquidando come assurdi i commenti tibetani sulle sei sillabe. Ti metto in fila le letture, con le date.

Il libro in cui compare la prima volta

La fonte scritta più antica di oṃ maṇi padme hūṃ è il Kāraṇḍavyūha, un sūtra del buddhismo indiano. La formula la trovi scritta anche senza segni sulle lettere: om mani padme hum.

Il progetto 84000 ne ha pubblicato la traduzione inglese nel 2013, col titolo The Basket's Display. Più o meno: quello che il cesto mette in mostra.

Quando è stato scritto? Una data sicura non c'è. I traduttori di 84000 pensano al quinto secolo, più o meno. Il manoscritto più antico è fatto di frammenti trovati dentro uno stūpa, a Gilgit. Adelheid Mette, che li ha pubblicati, propone per la composizione del testo il quarto o il quinto secolo.

Poi il testo viaggia. In tibetano lo traducono fra l'815 e l'824, probabilmente attorno all'820. In cinese arriva soltanto nel 983.

Leggerlo è un'esperienza strana, te lo dico subito. È un racconto dentro un racconto, e gira attorno a una cosa: quanto è raro questo mantra. Il Buddha dice che i buddha lo hanno cercato per sedici eoni, senza trovarlo.

Alla fine il bodhisattva Sarvanīvaraṇaviṣkambhin lo riceve a Vārāṇasī, da un predicatore che ha rotto i suoi voti di monaco. E lo riceve nel modo più semplice. Poco prima il testo ha descritto il maṇḍala per trasmetterlo, ma il predicatore non lo prepara: glielo recita e basta.

Una cosa, invece, il sūtra non la fa. Non spiega che cosa voglia dire la frase, né intera né sillaba per sillaba. Le spiegazioni sillaba per sillaba si diffonderanno più tardi nel buddhismo tibetano.

Kāraṇḍavyūha, trad. ingl. P.A. Roberts con Tulku Yeshi, The Basket's Display, 84000, 2013: sommario, introduzione e riassunto della seconda parte (testo integrale) · A. Studholme, The Origins of Oṃ Maṇipadme Hūṃ: A Study of the Kāraṇḍavyūha Sūtra, SUNY Press 2002, scheda dell'editore.

Un mantra nato accanto a quello di Śiva

Adesso la parte che ti sorprenderà, se pensi a questo mantra come a una cosa solo tibetana. Nel 2002 Alexander Studholme ne ha studiato le origini. E ha messo il Kāraṇḍavyūha accanto ai Purāṇa, i grandi racconti del mondo hindu, soprattutto accanto allo Skandapurāṇa.

La sua tesi è questa. Avalokiteśvara, il bodhisattva della compassione che il mantra invoca, prende molti tratti di Śiva. E il suo mantra di sei sillabe è pensato sul modello del mantra di cinque sillabe di Śiva: namaḥ śivāya, «omaggio a Śiva».

Lo Skandapurāṇa riporta quel mantra insieme ai benefici di chi lo recita. Il sūtra buddhista fa lo stesso con il suo: descrive benefici che chiama inconcepibili, per chi lo possiede e lo ripete.

Il testo, del resto, lo lascia vedere. Dal corpo di Avalokiteśvara nascono gli dèi: il sole e la luna dagli occhi, Brahmā dalle spalle, Nārāyaṇa, cioè Viṣṇu, dal cuore. E Maheśvara, cioè Śiva, dalla fronte.

Poi a Śiva viene annunciato il suo futuro. Nell'età del kali, quando gli esseri avranno una cattiva natura, sarà proclamato il dio primo, il creatore. E quegli esseri resteranno fuori dalla via del risveglio.

Per Studholme il sūtra fotografa un incontro. Monaci buddhisti che entrano in contatto con praticanti tantrici buddhisti, a loro volta influenzati dagli shivaiti. Di questi rapporti fra buddhisti e shivaiti trovi un altro lato nella pagina sul dibattito col buddhismo. Ed è uno dei motivi per cui dividere il tantra in induista e buddhista è meno semplice di quanto sembri.

Studholme 2002, scheda dell'editore, e la sintesi della sua tesi nell'introduzione di 84000 · Kāraṇḍavyūha, prima parte, trad. 84000: gli dèi nati dal corpo di Avalokiteśvara e l'annuncio a Maheśvara.

Il mantra dei monasteri tibetani nasce in India. E per Studholme il suo modello è il mantra di Śiva.

Come è diventato il mantra di un popolo

Arrivato in Tibet, il sūtra non ha avuto molti lettori. Secondo l'introduzione di 84000 lo ha eclissato un'altra opera, il Maṇi Kabum, che loro datano all'undicesimo secolo. È attribuito al re Songtsen Gampo, e diffonde l'idea che quel re fosse un'emanazione di Avalokiteśvara, in tibetano Chenrezig.

Il Maṇi Kabum contribuisce a diffondere la recitazione del mantra. Oggi, scrive 84000, il mantra ha un ruolo centrale nel buddhismo tibetano, soprattutto fra i laici. E il legame con Chenrezig arriva fino al Dalai Lama: i Dalai Lama sono considerati sue manifestazioni, come spiega il sito ufficiale dell'attuale.

Nel 1716 entra a Lhasa un gesuita di Pistoia, Ippolito Desideri. Lavora in Tibet per cinque anni e impara il tibetano. Descrive i muri di pietre incise con le sillabe del mantra, che i tibetani girano tenendoli sempre sulla destra. E i cilindri di legno che ruotano quando li tocchi, mentre si ripete la formula.

Nella pratica il mantra può anche accompagnare una visualizzazione. Prendi un breve testo di Mipham, maestro tibetano vissuto fra il 1846 e il 1912. Chi pratica si visualizza come Avalokiteśvara, bianco, con quattro braccia. Il mondo intorno diventa il Potala, la sua terra pura, e ogni suono diventa il mantra.

Qui chi pratica si visualizza nella forma di Avalokiteśvara. Come funziona questo lavoro te lo spiego nella pagina sulla visualizzazione e in quella sul tantra buddhista. Se vuoi vedere dove stanno i mantra nella macchina del rito, parti da cosa si fa in pratica.

Introduzione di 84000 (Maṇi Kabum, uso fra i laici) · dalailama.com, «Birth to Exile» · I. Desideri, An Account of Tibet, a cura di F. De Filippi, Routledge, edizione riveduta 1937, introduzione e pp. 294-295 · Mipham, Visualization and Recitation of the Six-Syllable Mantra of Avalokiteśvara, trad. ingl. Lotsawa House.

Un libro di fogli spessi e consumati, legato con uno spago, aperto su un tavolo laccato di rosso

Il sūtra elenca i benefici del mantra, ma non dice che cosa significhi

Che cosa vuol dire: quasi otto secoli di risposte

Qui la storia si fa divertente: le risposte sono state molte, e diverse.

Le letture, in ordine di tempo

1254. Il francescano Guglielmo di Rubruck è a Karakorum, presso il Gran Khan dei Mongoli. Vede dei monaci con fili di cento o duecento grani, come i nostri rosari. Ripetono sempre on mani baccam. Uno di loro gli spiega che vuol dire «Dio, tu sai». Nel 1900 il curatore dell'edizione inglese, William Rockhill, ci riconosce la formula famosa.

1716-1721. Desideri, in Tibet, riporta la spiegazione che gli danno i tibetani. Om e hum sono sillabe di ornamento. Mani è il gioiello, peme il loto. E la e finale, scrive, è una particella del vocativo, come il nostro «o». Il senso: o tu che tieni un gioiello nella mano destra e siedi sul fiore di loto. È un'invocazione a Chenrezig. Subito prima, Desideri corregge il gesuita Athanasius Kircher, secondo cui i tibetani pregavano un dio Manippe: quel dio, dice, non esiste.

1831. A Parigi l'orientalista Julius Klaproth legge padme come locativo: «nel loto». Traduce: oh, il gioiello è nel loto, amen. Lo chiama un senso «indubitable». E bolla come «absurdités» i libri tibetani e mongoli che cercano un senso mistico in ogni sillaba. Da allora, secondo Jayarava Attwood, «il gioiello nel loto» diventa la lettura standard nelle opere in inglese. Nel 1900 anche Rockhill traduce così il cuore della formula.

2002. Studholme legge maṇipadme come una parola sola, sempre al locativo: «nel loto di gioiello». È il loto in cui siedono buddha e bodhisattva, e in cui gli esseri compaiono nelle terre pure.

2013. L'introduzione alla traduzione di 84000, firmata da Peter Alan Roberts, va dall'altra parte. Nel sanscrito dei sūtra buddhisti padme può essere un vocativo maschile. Allora Maṇipadma, «Loto di gioiello», è un nome di Avalokiteśvara, e il mantra lo chiama. A sostegno cita un trattato di grammatica tibetano, conservato nel canone, che usa proprio questo mantra come esempio di vocativo.

Rubruck, trad. W.W. Rockhill, The Journey of William of Rubruck, Hakluyt Society 1900, p. 146 e nota (copia digitale) · Desideri, ed. De Filippi 1937, pp. 295-296 (copia digitale) · J. Klaproth, «Explication et origine de la formule bouddhique Om maṇi padmè hoûm», Journal asiatique, s. 2, t. 7, 1831, pp. 185-206 (testo) · Studholme 2002, p. 116, e la lettura standard dopo Klaproth, nel riassunto di J. Attwood, «The Meaning of oṃ maṇipadme hūṃ», 2008 (blog) · Roberts, introduzione a The Basket's Display, 84000 2013. I passi inglesi sono resi in italiano da me; di Klaproth lascio due parole in francese.

Guarda come si chiude il cerchio. La spiegazione raccolta da Desideri leggeva già un vocativo, un'invocazione a Chenrezig. È vicina alla lettura di Roberts, anche se l'analisi della parola cambia: per Roberts Maṇipadma è un nome.

Fra le due letture moderne gli studiosi non sono d'accordo, e te lo dico così com'è. Già negli anni Cinquanta David Snellgrove ci leggeva un vocativo femminile. Nel sūtra, poi, il mantra è anche una dea, una vidyā: parola femminile.

Né Studholme né Roberts danno «il gioiello nel loto». Uno vede un loto fatto di gioielli, l'altro un nome invocato. La traduzione famosa ha ancora sostenitori. Legge maṇi e padme come due parole, con padme al locativo: è la stessa analisi di Klaproth.

Snellgrove, nel riassunto di Attwood 2008 · la dea del mantra, introduzione di 84000.

Perché la traduzione contava meno

Rubruck e Klaproth riportano una frase dietro le sillabe, e Desideri ne attribuisce una anche a Kircher, per contestarla. Il sūtra invece racconta quanto è raro il mantra e quanto vale, e non lo spiega.

E i tibetani descritti da Desideri non si fermavano alla traduzione. Lo incidevano sulle pietre, ci giravano intorno, lo facevano girare nei cilindri. Per me non era un errore da correggere: è un altro modo di usare le parole. Te lo racconto nella pagina sui mantra e il suono.

Prima di scriverci sotto una traduzione

Le sillabe sono quelle del sūtra. Le traduzioni no: ognuna ha una data e un nome.

Cosa fai: se trovi «il gioiello nel loto» su un oggetto, in un'app o su un volantino, adesso sai chi l'ha proposta nel 1831. E sai che non è l'unica lettura. Se te lo vuoi tatuare o regalare, puoi scegliere le sillabe da sole. Oppure accompagnarle con una lettura e il nome di chi l'ha proposta. E se vuoi la fonte, la traduzione inglese integrale del Kāraṇḍavyūha è online, in regalo, sul sito di 84000. Cerca il punto in cui Sarvanīvaraṇaviṣkambhin arriva a Vārāṇasī.

Il quadro d'insieme

Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La tradizione e il rito: cosa si fa in pratica.