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Tantricamente
Grani di preghiera scuri raccolti su pietra, nella polvere

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Tradizione

I mantra, e perché il suono è la divinità

di Luca Masrè Passaro7 minuti28 agosto 2026

Nella tua testa un mantra è una formula che ripeti per calmarti, o una preghiera rivolta a qualcuno. Nei testi tantrici non è né l'una né l'altra cosa. E la differenza ribalta il tavolo: il mantra non chiama la divinità — il mantra è la divinità.

Il rovesciamento

Mettiamolo nell'ordine giusto, perché l'ordine è tutto.

Nel modo occidentale di pensare la preghiera esiste prima un dio, poi delle parole che gli si rivolgono. Le parole sono strumenti: potrebbero essere altre, in un'altra lingua, e funzionerebbero uguale. Quello che conta è l'intenzione.

Nei tantra il rapporto è capovolto. Il mantra è l'aspetto sonoro della divinità, e nei livelli più alti della dottrina la divinità non ha una realtà separata dal suono: è la personificazione sonora del mantra, non il suo destinatario. Come scrive André Padoux, che su questo ha lasciato gli studi di riferimento, il divino qui è anzitutto parola — vāc.

Guarda cosa ne consegue, subito: quel suono non si traduce, non si sostituisce, non si migliora.

Non perché il sanscrito sia una lingua sacra in senso vago. Perché quel suono, in quella sequenza, non rimanda alla cosa: la è.

Filo di fumo che sale nell'aria ferma

Grani consumati dall'uso: il conteggio è parte della pratica

Le sillabe-seme

Le più caratteristiche sono i bīja, «semi»: sillabe singole che in sanscrito non significano niente — hrīṃ, klīṃ, śrīṃ, aiṃ.

Che non vogliano dire nulla è il punto, non un limite. Una parola con un significato rimanda a qualcos'altro. Una sillaba-seme no: fra il suono e ciò che il suono è non c'è niente in mezzo. I testi le analizzano nei componenti — consonante, vocale, nasalizzazione finale — dando a ciascuno un valore preciso.

E adesso un dettaglio che ti servirà, perché smonta metà delle tabelle in circolazione. Lo stesso bīja serve per divinità diverse. Hrīṃ e klīṃ compaiono in contesti lontanissimi fra loro.

La corrispondenza uno-a-uno fra sillaba ed effetto che trovi nei manuali divulgativi, nelle fonti non esiste.

Perché non basta pronunciarlo

Nei testi un mantra funziona se è stato trasmesso da chi lo ha ricevuto a sua volta, dentro il rito che ti descrivo nella pagina sull'iniziazione. Persino il sūtra buddhista che introduce om maṇi padme hūṃ racconta il mantra come una cosa rarissima, che si riceve da chi lo possiede.

Lo stesso suono letto su un libro è considerato inerte. Non pericoloso, non sbagliato: semplicemente un'altra cosa, perché gli manca quello che lo rendeva quello che era.

Il mantra addosso

C'è una pratica che mostra come questi testi pensano il suono meglio di qualsiasi spiegazione, e in Occidente non ne senti mai parlare: il nyāsa.

Il praticante colloca le sillabe del mantra sulle parti del proprio corpo, una a una, toccandole mentre le pronuncia: fronte, gola, spalle, cuore.

Non è un gesto simbolico di consacrazione. Nella logica del sistema il corpo viene rifatto con quelle sillabe: si costruisce un corpo di mantra, l'unico adatto a compiere il rito che segue.

Nota la direzione, perché è tutto lì. Non si chiede alla divinità di scendere. Si diventa la struttura in cui la domanda non si pone più. È lo stesso movimento del diagramma di cui ti parlo nella pagina sugli yantra, applicato al corpo invece che al pavimento.

Non è una formula che si dice. È una materia di cui ti rivesti.

E la ripetizione?

Esiste eccome — si chiama japa, e i testi ne contano i cicli con scrupolo. Ma il modello che le sta sotto non è quello a cui pensi.

Non si ripete per convincere qualcuno. E nemmeno per svuotare la mente: quest'ultima è una lettura moderna, arrivata con la meditazione divulgata dagli anni Sessanta in poi.

Nei testi la ripetizione serve a rendere continuo qualcosa che di norma è intermittente. A portare il suono da atto isolato a sottofondo permanente, fino al punto in cui procede senza che nessuno lo pronunci.

Le fonti descrivono una scala: recitazione a voce alta, sussurro, movimento delle sole labbra, ripetizione puramente mentale, fino a un grado in cui il mantra è considerato presente anche senza attività. Ogni gradino è più interno del precedente, e più valutato.

Perché ti ho detto tutto questo

Perché «mantra» è forse la parola tantrica più svuotata di tutte. È diventata sinonimo di slogan che ci si ripete — «il mio mantra è: un passo alla volta» — e in quell'uso dell'originale non resta niente.

Non è purismo linguistico. È che l'originale dice una cosa che noi non abbiamo, e che vale la pena sapere che qualcuno ha pensato: che il suono non descrive il reale ma lo costituisce, e che chi lo pronuncia bene non sta comunicando — sta prendendo posto in una struttura.

Puoi trovarla convincente o no. Ma è un'idea di lingua radicalmente diversa dalla tua, ed è molto più interessante di una formula per rilassarsi.

Il quadro d'insieme

Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La tradizione e il rito: cosa si fa in pratica.