Sette, in fila lungo la colonna, ciascuno con il suo colore dell'arcobaleno e la sua emozione. È l'immagine più diffusa dell'India spirituale in Occidente. Nei testi indiani, così, non c'è. Il numero cambia da scuola a scuola e i colori sono altri. La scala dell'arcobaleno arriva solo negli anni Trenta del Novecento.
Quanti sono, davvero
La prima cosa che salta agli occhi aprendo le fonti è proprio il numero. Un sistema standard antico non esiste.
I testi tantrici e yogici descrivono impianti con cinque centri, sei, sette, nove, dieci, dodici, ventuno, a seconda della tradizione, dell'epoca e dello scopo della pratica.
Ti do il caso più eloquente. Il Kubjikāmata Tantra — che secondo Alexis Sanderson è il primo testo in cui la numerazione somiglia a quella moderna — ne contiene due sistemi diversi nello stesso libro: uno da cinque, legato agli elementi, e uno da sei.
Questa variabilità non è disordine. Ti dice cosa sono: i centri non sono organi da censire, sono strumenti di visualizzazione, e ogni scuola ne dispone quanti gliene servono.
Nelle fonti sono luoghi in cui portare l'attenzione, non parti del corpo da diagnosticare
I colori dell'arcobaleno: dagli anni Trenta
Il testo che più di ogni altro ha fissato la descrizione dei centri è il Ṣaṭcakranirūpaṇa, «esposizione dei sei centri», composto in India nel 1577 e reso famoso in Occidente dalla traduzione di Arthur Avalon nel 1919.
Lì il primo centro, il mūlādhāra, è un loto di quattro petali cremisi. Dentro c'è un quadrato giallo: la terra. Il rosso quindi c'è, ma non come gradino di una scala. Anche gli altri centri hanno petali e figure di colori diversi, e nessuno segue lo spettro solare.
Nel 1927 il teosofo inglese Charles Webster Leadbeater pubblica The Chakras. Lì ci sono già i sette centri legati ai plessi nervosi, messi insieme dalla teosofia nei cinquant'anni prima. I colori ci sono, ma sono i suoi: non ancora l'arcobaleno.
La scala dal rosso al viola, un colore per centro, arriva negli anni Trenta, dai terapeuti del colore. Le ghiandole endocrine erano entrate nel 1928, con un libro di Cajzoran Ali. Le qualità psicologiche prendono forma a Esalen, in California. Nel 1977 Ken Dychtwald le mette insieme a colori e ghiandole in un libro, Bodymind. Lo ha ricostruito Kurt Leland in Rainbow Body (2016).
È quella la mappa che vedi in giro oggi. Nella forma completa ha meno di cinquant'anni.
Perché proprio l'arcobaleno
Chi ha fatto la scelta non l'ha spiegata per iscritto, almeno nelle fonti che conosco. Una cosa però è certa.
I sette colori non vengono dall'India: vengono da Newton. Che è anche il motivo per cui sono sette — Newton ne contò sette per far tornare l'analogia con le note musicali.
Cosa sono nelle fonti
Nei testi un cakra — la parola significa «ruota», «cerchio» — è un punto della geografia interna del praticante. Ha sempre lo stesso corredo: un numero di petali, una sillaba-seme, un elemento, una divinità, una forma geometrica.
Serve a una cosa precisa: dare all'attenzione un posto dove andare. Il praticante iniziato porta lì la mente e il respiro, vi installa la sillaba, visualizza la forma.
Non sta ispezionando un organo. Sta costruendo mentalmente una struttura, con una precisione che i testi descrivono nei dettagli perché va fatta uguale ogni volta.
È lo stesso principio del diagramma rituale disegnato per terra, spostato dentro il corpo. Lo trovi tutto insieme nella pagina sulla tradizione e il rito.
Non è anatomia sottile. È architettura, e la costruisci tu mentre pratichi.
«Hai il secondo chakra bloccato»
Da questa differenza discende tutto il resto, e te lo dico chiaro perché è la parte che ti riguarda davvero.
L'idea che un centro possa essere bloccato, e che il blocco spieghi un problema della tua vita — la timidezza, le difficoltà in amore, la rabbia — nelle fonti indiane non c'è.
È una lettura novecentesca, nata dall'incontro fra la mappa di Leadbeater e le psicoterapie corporee di Reich e Lowen, che lavoravano davvero sull'idea di tensioni trattenute nel corpo.
E vale la pena essere precisi sul perché non ci può stare. Nei testi i centri non hanno una funzione psicologica da svolgere. Non sono responsabili della tua creatività o della tua fiducia. Sono stazioni di un percorso che l'energia compie salendo, e il loro «funzionare» significa solo che riesci a portarci l'attenzione.
Diagnosticarti un chakra chiuso è quindi un gesto senza nessuna base testuale. E quando arriva da chi ti vende il rimedio, è anche una tecnica di vendita piuttosto vecchia.
Cosa resta, che è parecchio
Smontare la versione da poster non vuol dire buttare via l'oggetto. Resta una cosa notevole, e non voglio che te la perda.
Le tradizioni indiane hanno elaborato, per secoli, un metodo raffinatissimo per dare forma all'attenzione interna: mappe da percorrere, suoni da collocare, immagini da costruire in un ordine fisso. È una tecnologia della concentrazione, sviluppata con un rigore che ha pochi paragoni.
Chiamarla «energia che sblocca i traumi» non la valorizza: la rimpicciolisce, e le attribuisce promesse che non ha mai fatto.
La versione vera è più antica di quella inventata, ed è anche più affascinante — a patto di leggerla per quello che è.
Nei testi i centri non sono sette fissi con sette colori. Cambiano di numero e di natura da un sistema all'altro, perché sono strumenti per dare forma all'attenzione, non organi da scoprire.
Cosa fai: se la cosa ti interessa davvero, smetti di collezionarli. Prendine uno solo, da un sistema solo, e stacci per settimane invece di percorrerne sette in venti minuti. È il modo in cui li usano i testi — e l'unico in cui uno strumento del genere fa qualcosa.
Il quadro d'insieme
Questo pezzo risponde a una domanda sola. La sezione a cui appartiene è La filosofia del tantra: il non-dualismo.

